giovedì 16 aprile 2009

Social sw o social school?

Entro in casa dopo le mie ore passate a scuola, senza un attimo di pace: lezioni, richieste degli studenti, incontri con genitori, sorveglianze, colloquio con D.S., immancabile passaggio burocratico in segreteria… Entro in casa… passo un momento dal computer… prima di andare in bagno (sai, dopo tante ore fuori…). Vediamo… 8 nuove email sull’indirizzo personale, 2 su istruzione.it, 4 su quello dell’associazione di cui sono tesoriere. Comincio a rispondere… Intanto apro Moodle: 37 nuovi interventi da visionare (beh certo, sono già 12 ore che manco…). Quasi dimenticavo, l’home banking per il bonifico… e poi il sito dello scambio-casa (fighissimo, scambi la casa con gente in capo al mondo e la vacanza è combinata). Un attimo, su Facebook c’è uno (una?) che vuole “riprendere i contatti”… il biglietto del treno… un film da scaricare per stasera… finestra: “un nuovo messaggio”… ancora?! Bello questo! Lo metto sul blog… ma guarda che commento mi ha scritto ‘sto scemo. Adesso vedi che cosa gli rispondo… un po’ di musica: Itunes… chi c’è su Skype?

??? Come mezzanotte?! Ma erano le sette un attimo fa!

“La Rete non è la società in cui viviamo pragmaticamente tutti i giorni, ma per quanto importante, sempre un luogo virtuale in cui se ne costruisce una sua parziale rappresentazione: essa è certamente uno spazio sociale importante ma che vive comunque in funzione del reale… […] Quel che è certo è che l’utilizzo della Rete erode lentamente un bene considerato preziosissimo dai vecchi media: il tempo” (C. Petrucco, Comunicazione, cultura e conoscenza: dai mass media ai self media)

Amo la puzza di piedi che mi accoglie quando entro in aula alla quarta ora, l’alito cattivo dell’interrogato, il singhiozzo nevrotico della più brava della classe: mi piace trascorrere il tempo con loro; mi auguro che trascorrano più tempo possibile tra loro, immersi nella realtà reale, fuori dalle loro case, lontani da autistici computer remoti, assorbiti invece da esperienze in cui sangue, sesso, vita, morte, amore non siano scomponibili in codice binario. Non credo che l’urgenza sia insegnare ciò che già sanno né prepararli a un mondo che nemmeno noi sappiamo. “Conosci te stesso” raccomandava il santuario di Delfi. Per me, questo è ancora il mio lavoro.

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